Fino a pochi anni fa, per realizzare un sito web aziendale servivano necessariamente competenze che la maggior parte degli imprenditori non possedeva. Bisognava conoscere WordPress o altri CMS, saper mettere mano al codice, progettare un’interfaccia, adattarla agli smartphone, configurare hosting, moduli, tracciamenti e occuparsi di tutti quei dettagli tecnici che separano una semplice idea da un sito effettivamente pubblicato.
Oggi lo scenario è profondamente diverso. Un imprenditore può descrivere la propria azienda a un sistema di intelligenza artificiale e ottenere una struttura, i testi delle pagine, idee per il design, una prima analisi SEO e persino il codice necessario per costruire buona parte del progetto. I website builder promettono ormai apertamente la realizzazione di siti attraverso l’AI e strumenti di sviluppo agentico stanno riducendo ulteriormente la distanza tra chi sa programmare e chi semplicemente sa spiegare bene ciò che vuole ottenere.
La domanda, quindi, è legittima e riguarda direttamente anche chi, come noi di Salento Factory, realizza siti web a Lecce da molti anni: perché un’azienda dovrebbe spendere 1.500, 2.000 o più euro per rivolgersi a una web agency se oggi può creare un sito da sola in poche ore, e in alcuni casi persino in pochi minuti?
La risposta non può più essere che “l’AI non sa fare un sito professionale”. Può farlo, e lo farà sempre meglio. Non possiamo nemmeno rifugiarci nella spiegazione secondo cui l’intelligenza artificiale esegue mentre l’agenzia pensa alla strategia, perché oggi possiamo chiedere all’AI anche di analizzare concorrenti, proporre keyword, progettare una struttura UX, suggerire un piano editoriale, esaminare dati e formulare una strategia.
Il punto è un altro: se l’accesso alle competenze diventa sempre più semplice, cambia inevitabilmente ciò per cui vale la pena pagare un professionista.
Ed è probabilmente questa, più ancora della possibilità di creare un sito automaticamente, la vera rivoluzione che l’intelligenza artificiale porterà nel nostro settore.
Nel 2026 creare un sito non è più la parte difficile
Non è soltanto una sensazione di chi lavora nel digitale. L’adozione dell’intelligenza artificiale nelle aziende sta accelerando rapidamente. Secondo Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizzava almeno una tecnologia AI, contro l’8,2% nel 2024 e il 5% nel 2023. Nelle PMI italiane l’utilizzo è praticamente raddoppiato in un solo anno, passando dal 7,7% al 15,7%.
Siamo quindi ben oltre la fase in cui ChatGPT veniva utilizzato semplicemente per riscrivere una mail o produrre qualche post per i social. L’AI sta entrando nei processi aziendali, nello sviluppo software, nel marketing, nell’analisi dei dati e nella gestione delle informazioni. A livello internazionale McKinsey rileva che l’utilizzo dell’AI nelle organizzazioni continua ad allargarsi a un numero crescente di funzioni aziendali, anche se il passaggio dall’utilizzo sperimentale a un impatto economico realmente significativo rimane molto più complesso.
Per una piccola impresa di Lecce, un artigiano, uno studio professionale o un’attività commerciale, questo significa che la barriera d’ingresso per costruire una presenza digitale si è abbassata enormemente.
Ed è una buona notizia.
Un imprenditore sufficientemente curioso può già realizzare autonomamente un sito semplice e dignitoso. Può chiedere all’AI di suggerire le pagine necessarie, creare i contenuti, proporre title e description, correggere il codice, produrre immagini e guidarlo nelle configurazioni. Se l’esigenza è semplicemente avere una presenza online, in alcuni casi rivolgersi a un’agenzia potrebbe effettivamente non essere necessario.
Negarlo significherebbe difendere un modello che sta già cambiando.
Il problema è che avere un sito e farlo lavorare sono due cose diverse
Il punto diventa più interessante quando cambiamo la domanda.
Non chiediamoci più: “È possibile costruire il sito?”
Chiediamoci: “Cosa dovrebbe produrre quel sito per l’azienda?”
Prendiamo una normale impresa del territorio. Potrebbe essere un’azienda che lavora nell’edilizia, una struttura ricettiva, uno studio professionale, un produttore, un’impresa B2B o un’attività commerciale di Lecce e provincia.
Il sito può essere realizzato in pochi giorni o, tecnicamente, anche molto meno. Ma una volta pubblicato iniziano domande molto più importanti: le persone riescono a trovarlo? Per quali ricerche? Il traffico che riceve è composto da potenziali clienti oppure da persone che non acquisteranno mai? Una campagna Google Ads sta producendo richieste realmente interessanti? Quali pagine generano contatti? Quali vengono visitate ma non convincono? Quali servizi conviene promuovere di più? I concorrenti stanno crescendo per ricerche che non avevamo considerato? L’azienda compare quando un potenziale cliente utilizza Google, Maps o una ricerca assistita dall’intelligenza artificiale?
Questo cambia inevitabilmente anche il modo in cui va affrontata la realizzazione di un sito web aziendale a Lecce.”
Un sito aziendale non dovrebbe essere considerato soltanto un insieme di pagine. Dovrebbe essere uno dei punti centrali di un sistema composto da ricerca organica, presenza locale, advertising, dati, contenuti, CRM, automazioni e, sempre di più, sistemi di intelligenza artificiale.
L’AI può aiutarci a costruire ognuno di questi elementi. Ma il problema dell’azienda diventa decidere quali utilizzare, in quale ordine, con quanto budget e per raggiungere quale risultato.
Il mercato digitale cresce mentre produrre asset digitali diventa più economico
C’è un apparente paradosso interessante. Da una parte creare siti, testi, immagini e campagne sta diventando più semplice grazie all’automazione. Dall’altra le aziende stanno investendo sempre di più nel digitale.
Nel 2025 la spesa europea in pubblicità digitale ha raggiunto i 131 miliardi di euro, crescendo del 10,5% in un solo anno. Allo stesso tempo, nel 2025 soltanto il 71% delle PMI europee aveva raggiunto almeno un livello di intensità digitale di base, ancora molto lontano dall’obiettivo europeo del 90% previsto per il 2030.
Questo ci dice qualcosa di importante: non stiamo andando verso un mondo in cui il digitale conta meno. Stiamo entrando in una fase in cui produrre diventa più facile, ma governare ciò che viene prodotto diventa più importante.
Ed è qui che, secondo noi, cambia il ruolo di una web agency.
Meno produzione, più direzione: il modello delle agenzie dovrà cambiare
Per molti anni il modello economico di buona parte delle web agency è stato semplice. Il cliente chiedeva un sito, l’agenzia stimava le ore necessarie, sviluppava il progetto, pubblicava le pagine e incassava il saldo.
Il sito era il prodotto.
L’AI mette sotto pressione proprio questo modello, perché riduce il tempo necessario per svolgere una parte consistente del lavoro operativo. Se per creare una struttura, produrre una prima versione dei testi o sviluppare determinate funzionalità occorrono molte meno ore, diventa inevitabilmente più difficile giustificare un prezzo elevato soltanto con il lavoro di produzione.
Un preventivo composto essenzialmente da “homepage, chi siamo, servizi, contatti e responsive design” avrà sempre meno valore percepito.
Questo non significa che un sito professionale debba necessariamente diventare economico. Significa che il valore deve trovarsi altrove.
Sempre meno nella quantità di pagine prodotte e sempre di più nell’analisi che ha deciso quali pagine realizzare. Sempre meno nell’installazione di uno strumento e sempre di più nella capacità di utilizzarlo. Sempre meno nel semplice lancio del progetto e sempre di più in ciò che succede dopo.
Per questo nei prossimi anni servizi come SEO continuativa, CRO, advertising, analytics, manutenzione evolutiva, automazioni, integrazioni AI e consulenza strategica potrebbero diventare molto più importanti della semplice produzione iniziale del sito.
Non sono servizi “in più” da aggiungere a un preventivo. Sono probabilmente il punto verso cui si sta spostando il valore.
SEO continuativa: essere online non significa essere trovati
La SEO è uno degli esempi più evidenti.
Ancora oggi capita di parlare di “sito ottimizzato SEO” come se fosse una caratteristica che può essere inserita una volta e poi dimenticata. Si configura la sitemap, si scrivono title e description, si utilizzano correttamente gli heading e la SEO viene considerata conclusa.
Ma un mercato non rimane fermo dopo la pubblicazione del sito.
Cambiano i concorrenti, cambiano le query, cambiano i risultati di ricerca e cambiano le esigenze dei clienti. Una pagina può iniziare a ottenere visibilità per ricerche che non avevamo previsto; un contenuto importante può perdere posizioni; può comparire un nuovo competitor; un servizio secondario può diventare improvvisamente una fonte importante di richieste.
E nel frattempo sta cambiando anche Google.
Nel maggio 2026 Google ha pubblicato una nuova guida specificamente dedicata alla visibilità nelle esperienze di ricerca generativa come AI Overviews e AI Mode. Il messaggio è significativo: Google continua a considerare le buone pratiche SEO fondamentali anche nella ricerca generativa e invita a concentrarsi su contenuti utili, originali, affidabili e non “commodity”. La stessa documentazione ridimensiona molte delle scorciatoie che vengono vendute oggi sotto le etichette GEO e AEO: per Google, ottimizzare per la ricerca generativa continua sostanzialmente a significare fare buona SEO.
Questo è importante anche per un’azienda di Lecce.
Per un’azienda locale, quindi, fare SEO a Lecce non significa semplicemente ottimizzare il sito al momento della pubblicazione, ma monitorare nel tempo query, concorrenti, contenuti e opportunità.
Non significa che dobbiamo ignorare ChatGPT, Gemini o le nuove modalità di ricerca. Significa che non basta aggiungere “GEO” a un preventivo e promettere magicamente visibilità nell’intelligenza artificiale. Bisogna continuare a costruire un sito tecnicamente accessibile, informazioni chiare sull’azienda, contenuti realmente utili, presenza locale, autorevolezza e segnali coerenti sul web.
Per le attività locali assume inoltre ancora più importanza la qualità delle informazioni presenti su Google Business Profile: la stessa guida di Google ricorda che informazioni corrette sui business locali possono contribuire alla visibilità anche nelle esperienze generative della ricerca.
La SEO diventa quindi un’attività continuativa fatta di analisi, priorità e aggiornamenti. L’AI può velocizzare enormemente questo lavoro, ma proprio perché può produrre contenuti con una facilità mai vista prima, aumenta anche il rischio di produrre molto e ottenere poco. Google è esplicito: utilizzare l’AI per generare grandi quantità di pagine senza aggiungere valore può rientrare nelle pratiche di scaled content abuse.
Il vantaggio competitivo non sarà pubblicare cento contenuti perché possiamo farlo. Sarà capire quali contenuti vale realmente la pena pubblicare.
CRO: prima di cercare altro traffico, impariamo a utilizzare quello che abbiamo
C’è poi un’area che probabilmente diventerà molto più importante anche per le PMI: la Conversion Rate Optimization, o CRO.
È un concetto semplice. Se investiamo per portare persone sul sito attraverso SEO, Google Ads o Meta Ads, una volta che arrivano dobbiamo capire quante compiono l’azione che ci interessa.
Non parliamo soltanto di e-commerce. Per un’azienda di servizi la conversione può essere una telefonata, una richiesta di preventivo, l’invio di un modulo, una prenotazione o un contatto WhatsApp.
Immaginiamo una landing che riceve 1.000 visite e genera 10 richieste. Il suo tasso di conversione è dell’1%. Se attraverso analisi e miglioramenti riuscissimo a portarlo al 2%, a parità di traffico passeremmo da 10 a 20 richieste.
Naturalmente nella realtà non basta cambiare il colore di un pulsante per raddoppiare le conversioni. È proprio per questo che serve la CRO: bisogna capire dove si trova la frizione.
Il messaggio è poco chiaro? L’offerta non è abbastanza convincente? Il modulo è troppo lungo? Mancano elementi che generano fiducia? Le persone non comprendono immediatamente cosa distingue quell’impresa dalle altre? Da smartphone il percorso funziona male?
Nel commercio elettronico abbiamo dati particolarmente significativi. Baymard Institute, che conduce ricerca specifica sulla UX degli e-commerce, stima un tasso medio di abbandono del carrello superiore al 70% e sostiene che, nei grandi e-commerce analizzati, interventi sul design e sull’usabilità del checkout possono produrre miglioramenti potenziali della conversione nell’ordine del 35%.
Non possiamo trasferire meccanicamente quel 35% al sito di una piccola azienda leccese, ma il principio rimane valido: prima di acquistare continuamente nuovo traffico, ha senso capire se stiamo utilizzando bene quello che abbiamo già pagato per ottenere.
Questa è una delle differenze fondamentali tra “realizzare un sito” e lavorare sulla sua performance.
Advertising: l’AI può ottimizzare le campagne, ma dobbiamo dirle cosa vale davvero
Google Ads e Meta Ads rappresentano un altro ottimo esempio.
Le piattaforme pubblicitarie stanno automatizzando sempre più attività: bidding, audience, posizionamenti, creatività e distribuzione degli annunci. La capacità di cliccare sui pulsanti corretti all’interno di Google Ads è quindi destinata a valere meno.
Diventa molto più importante capire che cosa stiamo chiedendo all’algoritmo di ottimizzare.
Una richiesta di preventivo può essere registrata come conversione, ma non tutte le richieste hanno lo stesso valore. Un’impresa edile che riceve dieci richieste per piccoli interventi potrebbe generare meno margine di un’altra che ne riceve due per commesse importanti.
Se ci fermiamo al numero di lead, rischiamo di ottimizzare le campagne per produrre più richieste invece che più business.
Per questo advertising, sito, CRM e analytics dovranno essere sempre più collegati. Google stesso sta spingendo fortemente verso sistemi di misurazione basati anche su dati proprietari e conversioni avanzate; le Enhanced Conversions, per esempio, sono progettate per aumentare l’accuratezza della misurazione e fornire segnali migliori ai sistemi automatici di bidding.
Il valore dell’agenzia quindi non è semplicemente “gestire Google Ads”. È aiutare l’azienda a capire quale risultato economico deve produrre Google Ads e se lo sta realmente producendo.
Analytics: installare GA4 non significa lavorare con i dati
Un altro cambiamento riguarda l’analytics.
Installare Google Analytics è relativamente semplice. Sapere cosa misurare e trasformare i dati in decisioni è molto meno semplice.
Un imprenditore potrebbe aprire GA4 e scoprire di avere ricevuto 4.800 visite nell’ultimo mese. È un buon risultato?
Dipende.
Se quelle visite hanno generato cinquanta richieste qualificate, forse sì. Se ne hanno generate due, dobbiamo capire cosa non funziona. Se il traffico è aumentato del 40% grazie a contenuti che non hanno alcuna relazione con ciò che l’azienda vende, il risultato potrebbe essere molto meno interessante di quanto sembri.
La stessa cosa vale per le campagne. Non basta sapere quanti lead arrivano da Google Ads. Dovremmo arrivare, quando possibile, a capire quanti diventano clienti, quali servizi acquistano e quanto valore producono.
Gli strumenti ormai permettono analisi sempre più profonde: Google Analytics consente di lavorare sull’attribuzione a livello di utente, sessione ed evento e di collegare questi dati con dataset proprietari attraverso BigQuery.
Non tutte le piccole imprese hanno naturalmente bisogno di architetture di dati complesse. Ma il principio vale anche nella sua forma più semplice: non misuriamo per avere dei grafici. Misuriamo per decidere cosa fare il mese successivo.
Manutenzione evolutiva: il sito non dovrebbe rimanere quello del giorno in cui è stato pubblicato
Quando si parla di manutenzione di un sito si pensa generalmente agli aggiornamenti di WordPress, ai backup, alla sicurezza e alla correzione di eventuali problemi tecnici.
Tutto necessario, ma non sufficiente.
Una vera manutenzione evolutiva parte dal presupposto che anche l’azienda evolve.
Può nascere un nuovo servizio, cambiare una zona geografica prioritaria, emergere un prodotto più redditizio, cambiare la normativa di settore o modificarsi il comportamento dei clienti. Una pagina inizialmente secondaria potrebbe cominciare a generare una parte importante del traffico organico. Una landing potrebbe funzionare molto bene per Google Ads ma male per Meta. Un concorrente potrebbe introdurre un’offerta capace di modificare le aspettative del mercato.
Il sito dovrebbe adattarsi a tutto questo.
Non dovrebbe essere la fotografia dell’azienda scattata il giorno della pubblicazione e lasciata online per cinque anni. Dovrebbe diventare uno strumento che viene modificato sulla base di ciò che accade all’interno e all’esterno dell’impresa.
Questo cambia completamente anche il rapporto con una web agency: non più “chiamami quando vuoi rifare il sito”, ma “continuiamo a verificare se ciò che abbiamo costruito è ancora la soluzione migliore”.
Automazioni: il sito può smettere di essere una semplice vetrina
Poi ci sono le automazioni, un’area che per molte PMI è ancora largamente inesplorata.
Pensiamo a ciò che accade dopo la compilazione di un modulo. In molte aziende arriva semplicemente un’email. Qualcuno la legge, decide a chi inoltrarla, copia magari le informazioni in un gestionale o in un foglio, prepara una risposta e successivamente deve ricordarsi di ricontattare il potenziale cliente.
Gran parte di questo processo può essere automatizzato.
Un contatto può essere inserito nel CRM, classificato in base al servizio richiesto, assegnato alla persona corretta, associato alla campagna che lo ha generato e inserito in un percorso di follow-up. Possiamo creare automaticamente task, promemoria e notifiche.
Con l’AI si aggiunge un livello ulteriore: non dobbiamo più automatizzare soltanto dati perfettamente strutturati. Un sistema può leggere una richiesta scritta liberamente dall’utente, riconoscere il servizio di interesse, estrarre le informazioni più importanti, sintetizzarle e preparare una prima bozza da sottoporre a una persona.
Il punto, però, non è inserire l’intelligenza artificiale ovunque.
Un’azienda dovrebbe chiedersi quali attività ripetitive assorbono tempo, quali errori ricorrono, dove le informazioni si perdono e quali processi possono realmente essere resi più efficienti. In certi casi servirà l’AI; in altri una normale automazione sarà più economica e affidabile; in altri ancora sarà meglio lasciare tutto nelle mani di una persona.
La consulenza consiste anche nel saper distinguere queste situazioni.
Integrare l’AI in azienda non significa mettere ChatGPT nel sito
“AI integration” diventerà inevitabilmente una delle espressioni più utilizzate dalle agenzie nei prossimi anni. E rischierà di diventare anche una delle più abusate.
Mettere un chatbot nell’angolo della homepage non significa avere trasformato un’azienda con l’intelligenza artificiale.
Le applicazioni più interessanti sono spesso meno spettacolari da mostrare ma molto più utili: accesso intelligente alla documentazione interna, classificazione delle richieste, supporto commerciale, creazione e aggiornamento di schede prodotto, analisi di grandi quantità di informazioni, gestione delle conoscenze aziendali, supporto all’assistenza clienti, automazione di procedure interne.
McKinsey osserva proprio che le organizzazioni che stanno cercando di generare valore dall’AI non si limitano all’adozione dello strumento, ma lavorano sulla riprogettazione dei workflow, sui KPI, sulla governance e sull’integrazione dell’AI all’interno dei processi esistenti.
È una distinzione fondamentale.
Comprare un tool AI non equivale a trasformare un processo aziendale.
E probabilmente proprio questa sarà una delle aree in cui le agenzie capaci di unire marketing, tecnologia e conoscenza del business potranno offrire maggiore valore.
La consulenza diventa più importante proprio perché possiamo fare quasi tutto
Sembra un paradosso, ma più strumenti abbiamo a disposizione, più diventa importante decidere quali non utilizzare.
Un’azienda di Lecce può fare SEO, Google Ads, Meta Ads, video, newsletter, automazioni, content marketing, e-commerce, CRM, retargeting e ottimizzazione per la ricerca AI. Può pubblicare cinquanta articoli al mese, creare dieci landing e lanciare campagne in una giornata.
Ma dovrebbe farlo?
Questa è la domanda.
Se un’impresa dispone di 1.000 euro al mese da investire, probabilmente non ha senso distribuire 200 euro su cinque canali differenti soltanto perché sono disponibili. Potrebbe essere molto più efficace concentrarsi su Google Ads. Oppure sulla SEO. Oppure correggere prima un sito che non converte. O ancora lavorare esclusivamente sulla propria presenza locale.
La competenza non consiste semplicemente nel conoscere tutte le possibilità.
Consiste nel saper stabilire priorità.
E spesso anche nel saper dire al cliente che qualcosa non serve.
Non serve rifare tutto il sito.
Non serve aprire TikTok.
Non serve produrre trenta articoli.
Non serve un chatbot.
Non serve fare Google Ads se la landing verso cui manderemo il traffico non è pronta.
Non serve aggiungere “GEO” al progetto soltanto perché oggi tutti ne parlano.
In un mercato nel quale produrre diventa sempre più facile, scegliere cosa non produrre acquista paradossalmente più valore.
Allora perché pagare ancora 1.500 o 2.000 euro per un sito?
Questa domanda non deve essere evitata.
Se per 2.000 euro un’agenzia offre soltanto l’installazione di WordPress, cinque pagine standard, un template, un modulo contatti e qualche testo generico, sarà sempre più difficile spiegare al cliente dove si trovi il valore.
Ed è giusto che sia così.
Se invece dietro a quel progetto ci sono analisi del mercato, struttura, SEO, contenuti, UX, tracciamento, performance, sviluppo, attenzione alle conversioni e soprattutto un percorso successivo alla pubblicazione, allora non stiamo più confrontando semplicemente “un sito da 2.000 euro” con “un sito gratuito fatto dall’AI”.
Stiamo confrontando due prodotti diversi.
Il primo è un sito.
Il secondo è un progetto digitale gestito.
Questo non significa che ogni piccola impresa debba acquistare il secondo. Ci sono aziende alle quali può bastare tranquillamente il primo.
Ed è forse proprio questa una delle trasformazioni più salutari portate dall’AI: costringerà le web agency a smettere di vendere progetti sovradimensionati a chi non ne ha bisogno.
Non tutte le aziende di Lecce hanno bisogno di una web agency
È importante dirlo anche se siamo una web agency.
Un professionista che lavora quasi esclusivamente tramite passaparola e vuole soltanto una pagina con i propri contatti potrebbe fare tutto da solo.
Un’attività molto piccola che non ha particolari obiettivi di acquisizione online potrebbe utilizzare un website builder.
Un imprenditore appassionato di tecnologia, disposto a investire tempo per imparare a utilizzare bene AI, CMS, hosting e strumenti SEO, può arrivare autonomamente a risultati eccellenti.
L’AI rende tutto questo molto più possibile di prima.
Ma per un’azienda che considera il digitale un vero canale di acquisizione, il problema cambia. In quel momento bisogna valutare investimenti, SEO, campagne, dati, conversioni, contenuti e processi. E soprattutto bisogna continuare a farlo nel tempo.
È in questa seconda situazione che un’agenzia può ancora avere molto senso.
Non perché possieda strumenti segreti.
Gli strumenti sono sempre più accessibili a tutti.
Ma perché dovrebbe avere metodo, esperienza e capacità di assumersi la responsabilità delle decisioni prese.
Il modello economico delle web agency cambierà
Probabilmente questo avrà conseguenze anche sui preventivi.
Potremmo vedere sempre meno progetti nei quali il cliente paga una cifra importante esclusivamente per la realizzazione iniziale del sito e poi non sente più l’agenzia per quattro anni.
E potremmo vedere più progetti in cui la fase iniziale diventa più snella mentre aumenta il peso del rapporto continuativo.
Non necessariamente grandi contratti. Anche percorsi proporzionati alle dimensioni di una PMI locale.
Il senso potrebbe essere: realizziamo ciò che serve per partire, poi investiamo nel tempo su quello che i dati ci dimostrano essere utile.
SEO continuativa quando esistono reali opportunità organiche. CRO quando abbiamo abbastanza traffico da poter analizzare il comportamento degli utenti. Advertising quando serve accelerare l’acquisizione. Analytics per capire cosa produce risultati. Manutenzione evolutiva per adattare il progetto. Automazioni quando consentono di eliminare attività ripetitive. AI quando risolve un problema reale anziché essere semplicemente una funzionalità da mostrare.
Il rapporto economico si sposta quindi dal vendere produzione al vendere capacità di miglioramento.
Ed è un cambiamento molto più profondo di quanto sembri.
Cosa dovrebbe cercare oggi un’azienda in una web agency a Lecce?
Forse non dovrebbe più chiedere soltanto quanti siti ha realizzato o quale CMS utilizza.
Dovrebbe cercare di capire come ragiona.
Prima di proporre un nuovo sito, ha analizzato quello esistente?
Ha capito da dove arrivano oggi i clienti?
Ha analizzato i concorrenti?
Sa spiegare perché servono determinate pagine?
Sa distinguere una metrica interessante da una metrica che produce fatturato?
Parla di cosa succederà dopo la pubblicazione?
Sa dire “questa attività non ti serve”?
Utilizza l’AI per produrre più velocemente oppure è ancora impegnata a difendere processi che stanno diventando obsoleti?
Sono domande che probabilmente contano più della quantità di effetti grafici presenti in una homepage.
Perché una web agency non dovrebbe più avere valore semplicemente perché sa fare qualcosa che il cliente non sa fare.
Il suo valore dovrebbe stare soprattutto nella capacità di ridurre il tempo, gli errori e il costo delle decisioni sbagliate.
L’AI non eliminerà necessariamente le web agency. Ma eliminerà molte delle ragioni per cui venivano pagate
È forse questa la conclusione più importante.
L’intelligenza artificiale non sta rendendo inutile il digitale. Sta rendendo meno preziose molte attività che fino a ieri richiedevano ore di produzione manuale.
È un cambiamento che le agenzie dovrebbero accogliere, non combattere.
Se possiamo sviluppare più velocemente, analizziamo di più.
Se possiamo produrre più velocemente, dedichiamo più tempo a scegliere cosa produrre.
Se possiamo automatizzare un’attività ripetitiva, utilizziamo quel tempo per parlare con il cliente, capire il mercato, leggere i dati e migliorare ciò che abbiamo costruito.
Per un’azienda di Lecce o del Salento la domanda, quindi, non dovrebbe più essere semplicemente:
“Quanto costa farmi realizzare un sito?”
La domanda più utile potrebbe diventare:
“Che ruolo deve avere il digitale nella mia azienda e chi mi aiuterà a farlo funzionare nel tempo?”
In alcuni casi la risposta sarà: posso fare da solo.
In altri servirà un professionista.
In altri ancora servirà un rapporto continuativo con un’agenzia.
Ma una cosa ci sembra ormai evidente: nei prossimi anni sarà sempre più difficile pagare qualcuno soltanto perché è capace di costruire una pagina web.
Quella capacità sarà alla portata di molti.
Il vero valore sarà capire quale pagina costruire, a chi mostrarla, come farla trovare, come misurarla, come migliorarla e quando decidere che è arrivato il momento di cambiarla.
È probabilmente lì che si giocherà anche il futuro delle web agency.
E, in fondo, potrebbe essere un futuro migliore di quello precedente
